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Quello che più stupisce di fronte alle tele, ma meglio sarebbe dire, di fronte alle "espressioni" di Paolo Girardi, è la corposità della luce, la presenza satura e asfissiante dei colori in tutti i loro toni più caldi e indirizzati: è la "vicinanza" dell'occhio ciò che mi percuote, quando vedo i suoi barbagli di luce. E Girardi è un pittore squisitamente italiano e anacronistico, oggi più che mai: per l'insistenza dei temi e per la sua formazione artigiana, che esalta nella sapienza luministica. Ed è anche un pittore "violento", nel senso di quella violenza necessaria in pittura che ci è stata rivelata come una rivelazione, a partire da Van Gogh. Ma poi è davvero da insistere sul peso e la forza che alcune innovazioni e acquisizioni pittoriche, specie sulla luce e i colori, si riflettono nelle tele di Paolo: colorista anzitutto, come se fosse il dovere della pittura, far risplendere il vuoto delle cose e della vita. Un dovere, e anche un obbligo: senza motivazioni razionali. O, se vogliamo, con motivazioni talmente profonde che è solo possibile affannarsi lungo le sue linee, cercare un senso "tattile" dei suoi diagrammi di figure, dei suoi grumi di luce o tagli di scena. Una vibrazione prolungata lungo i dettagli elementari di una immagine: ecco cosa può essere una "idea di ritratto" per la sua pittura! E più in generale, di molte, formidabili e oneste pitture... Una postilla essenziale poi sarebbe quella di capire come sia proprio del "suo" fare dare visibilità esclusiva soltanto a ciò che potrebbero essere definiti "elementi base"di una immagine pittorica: i corpi e la luce. A un pittore interessa questo: fare corpi per fare "luce", rivolto al passato, alle lezione dei maestri... la sua "rivolta" è questa. Ma se vogliamo, confrontandosi col panorama del "contemporaneo", è una situazione non totalmente assimilabile a questa corrente. La realtà di Girardi non è "reazionaria" e non è basata ne sul "movimento" pubblico, ne su ogni "ismo" di questo. Il suo lavoro consiste nel "creare" e nel "cercare" nuovi toni agli elementi base ed essenziali della sua pittura, che potrà certo risultare monotematica, o anche monotona, ma sempre nel suo risvolto ossessivo: dove appunto è questa idea di pittura che si fa ossessione. Ma anche, e qui sta una sua grande anomalia io credo, sul rifiuto di una visibilità immediata di uno stile va da ricercarsi la sua forza. Nella sua produzione attuale, avendo avuto il piacere e la fortuna di averla vista crescere in continuità da almeno tre anni, viene rifiutata in blocco l'ideale di un'arte che si esprima mediata dall' "idea", sotto l'auspicio magari di una futura, presente "riconoscibilità". Arte mediata dall'estetica della comunicazione o fatta discorso: è una formula che non riconosce le sue pitture. E se quindi magari qualcosa direttamente queste sue tele possono esprimere all'occhio, è questo rifiuto, questo "no"... di contemporaneità. Nessuna voglia di stare a passo con i tempi: senza creare consensi o dissensi. La sola questione è la pittura, rivolta magari umilmente alla sua Tradizione dietro e avanti a sé, rivolta alla passione di accanirsi sui temi fondamentali che possono produrre "risonanza" per le tele: i colori, "il colore"... la luce! Pittore si è quando si capisce che questo apprendistato è tutta una vita, che questo incedere è un rischio che non tutti possono accettare. Il solo minimo sforzo che si richiede a un pubblico che si deve lasciare in balia di se stesso, è sempre il medesimo: "abbandono" della ragione interpretativa. Fare questo piccolo salto, perché quello più importante lo compie senza ruffianerie questa stessa produzione pittorica: venire incontro alle "evidenze" incomprensibili della pittura, manifestando quel deserto in cui solo lì sono possibili le visioni. Ecco allora che il "ghiaccio" disumano di queste tele ha compiuto il passo più umano impossibile da farsi: il "venire incontro". Con violenza, certo: con quella animalità felice e integra che è prima di ogni linguaggio, che "balza" come una tigre dall'oscuro: barbagli di certo, e di luce.
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