I Lottatori

Chi sono? Chi rappresentano? Di che cosa sono simboli?
Il miracolo si ripete ogni volta e cosi anche adesso. Invitato da un amico del arte entro nello studio, più che da alchimista che da pittore, in un vicolo della Ascoli travertina, e rimango stupito dinanzi a un paesaggio che riporta a Claude Lorraine, il tanto apprezzato pittore dal universale Goethe. Ma siamo nel 2006? L' artista, quasi scusandosi, commenta l'opera, commenta una natura morta ,che ricorda il seicento Olandese e tace davanti a un olio che rappresenta nei colori di Rembrandt due lottatori nudi che formano coi loro dorsi un triangolo simmetrico, esprimendo una forza erculea che li unisce. Da dietro le spalle del osservatore una luce quasi verticale( perché verticale?),modella i fianchi, le spalle degli atleti fino ai glutei e perfino questa luce esprime una silenziosa violenza. La lotta si svolge sul pendio , o alto piano, di un massiccio montagnoso di cui i grati, i dorsi, dirupi e blocchi erratici sono visitati da una luce nervosa e che sembra appena sfuggita da un cielo che copre con un ultimo nubifragio la lontananza, prima forse di schiarirsi. L'artista presenta i corpi soltanto fino alle ginocchia, e toglie la base su cui poggiano, quindi toglie la base alla violenza. Un caso? I tratti del volto di uno dei protagonisti - quello di sinistra - si intravede, mentre l'altro non si vede affatto. Altrettanto enigmatico.
Non è certamente un caso che i lati che formano il triangolo dei due corpi vengano saldati insieme da una fievolissima traccia di luce che colpendo un dorso della
montagna nello sfondo disegna un arco e quindi ancora la volontà umana al suolo,
alla polvere, alla quale torneremo dopo il nostro incontro con la luce.
Tutto il quadro è immerso in un marrone quasi rembrandtesco nelle sue infinite
tonalità. Ma, cos è il colore marrone? Non è forse la combinazione del giallo , quindi
del colore del sole, col nero ossia l'assenza di ogni colore. Il marrone è l'unione del si
col no, della luce col nulla. Il marrone non conosce tonalità fredde, sa troppo del sole,
della vita
.


Il giovane pittore riserva meno di un quarto della tela al nubifragio, al cataclisma,
al altra lotta, quella dei cieli dei nubi, le ancelle gigantesche di Zeus. Tutto pero verte
e si concentra sui lottatori dei quali nessuno sa, perché si affrontano, nudi ,solitari in
una minacciosa desolata e sperduta natura che sembra non conoscere pietà per il
perdente.
Fin qui, la prima impressione. Credere al inizio del XXI secolo che l'opera di un
giovane e colto artista si schiuda a prima vista è forse affrettato. Girardi conosce
l'arte classica, quanto 1' arte informale, concettuale, figurativa e astratta e sconcerta

L'osservatore rinunciando a ogni "gag"o disperata originalità superficiale, rinunciando così al plauso di una critica che premia (a pagamento) e che non sa che farsene di un artista che esprime il suo dramma creativo con un linguaggio accessibile e riconoscendosi nel deserto del indifferenza e in un mondo di giorno in giorno più tetro.

Girardi ha dedicato la sua giovinezza allo studio dei classici, al greco al latino, allo sviluppo armonioso e atletico del proprio corpo fino a raggiungere dei risultati agonistici più ambiti. Chi ha preso la vita così sul serio , fa fatica a identificarsi con linguaggi che permettono ambiguità e che non riflettono quel mondo al quale deve tanto e il quale con le sue inutili e criminali realtà di guerre, abusi, scempi, superficialità, egoismi e sprechi fa soffrire tanto i giovani di oggi.
Le opere di un artista rispecchiano sempre anche la sua vulnerabilità, le sue cicatrici,e molte volte specialmente oggi, degli artisti conosciamo soltanto la loro frivolità trasformata in arte o meglio , disperazione, perplessità, cicatrice. Rembrandt dipingeva a tappe la disintegrazione della propria vita. Gli artisti di oggi esprimono la disintegrazione dei concetti, della sicurezza, del passato e nei casi più drammatici del futuro.


Paolo si oppone alla disintegrazione del futuro e lo fa a ragion veduta. A ragione della sua giovinezza e in nome della speranza o della consapevolezza che una unica luce cancella tutte le notti.
" Dipingo da sempre. Dipingo sempre.Non so perché . Non so perchè questi soggetti e non altri. Non so" La voce e le parole disorientate del artista ci riportano nel presente. Rimane lo sconcerto dinanzi alla imperturbabilità di questo Ulisse del arte senza Penelope.

Karl Lubjómirski